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Gruppi

L'ultima serata da scapolo

Raccontato da Matteo, 32 anni · Roma

Mi avevano promesso una cena tranquilla e un drink. Mio fratello, il mio testimone e due amici del liceo. Cinque uomini tra i trenta e i quaranta, tutti convinti che l'addio al celibato dovesse essere una cosa sobria. Poi, alle dieci, Marco ha detto: «Andiamo a Latina, c'è un posto che conosco».

Non mi ha detto che genere di posto. In macchina, sulla Pontina, hanno iniziato a scherzare sul fatto che sarebbe stata l'ultima volta che potevo guardare senza dovermi giustificare. Io ridevo, ma ero curioso. E un po' in ansia, lo ammetto.

Il cancello, il parcheggio interno, il telefono consegnato all'ingresso. La prima cosa che ho pensato è stata: qui nessuno ci vedrà. Per un gruppo di romani che teme di incontrare colleghi o parenti, quella è già metà del divertimento.

La ragazza allo sportello ci ha spiegato le regole con calma. Niente telefoni, niente foto, rispetto assoluto. Se qualcuno del gruppo fa lo scemo, escono tutti. Mi è piaciuto che ci trattasse come adulti, non come scolaretti in gita.

Le prime due ore sono state quelle che sono: noi attaccati al bancone, battute per coprire l'imbarazzo, cocktail che non finivano mai. Poi ci siamo sciolti. Due ragazze sono venute al tavolo, una di Latina e una di Aprilia, e hanno iniziato a parlare con noi come se fossimo in un qualsiasi altro posto.

Lei si chiamava Giulia. Rideva con la testa buttata indietro e aveva un modo di ascoltare che mi ha fatto sentire interessante. Non nel senso da adolescente: nel senso che mi ascoltava davvero, anche quando le raccontavo della paura di sposarmi.

A un certo punto siamo usciti in giardino. L'area esterna d'agosto è un'altra cosa: piscina illuminata, musica bassa, cielo nero sopra le palme. Ci siamo seduti ai bordi con i piedi in acqua e abbiamo parlato per un'ora di tutto tranne che del motivo per cui eravamo lì.

I miei amici ci guardavano da lontano e facevano finta di niente. Ogni tanto alzavano un bicchiere, io alzavo il mio, e tutto era lì. Nessuno che mi spingeva, nessuno che mi prendeva in giro. Solo la serata che andava avanti da sola.

Non è successo niente di scandaloso, se è questo che ti aspetti di leggere. È successo qualcosa di meglio: ho capito che mi stavo sposando perché lo volevo davvero, non perché dovevo. Parlare con una sconosciuta di cose vere mi ha dato quella chiarezza.

Siamo ripartiti alle quattro. In macchina c'era un silenzio diverso dal solito, quello di chi ha vissuto una serata e non solo consumata. Mio fratello, alla fine, ha detto: «Mi raccomando, non dirlo alla sposa». Ho riso. Non c'era niente da nascondere, ma capivo cosa intendesse.

Il giorno dopo mi sono svegliato con la testa leggera e un ricordo nitido: l'addio al celibato perfetto non è quello in cui fai l'ultima pazzia. È quello in cui capisci che la scelta che stai per fare è la tua.

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