Guardoni
Dalla poltrona in fondo
Raccontato da Stefano, 44 anni · Roma sud
Ne avevamo parlato per due anni, sempre come si parla delle cose che non si faranno. Poi una domenica mattina, con il caffè in mano, mia moglie ha detto una frase che non era un'ipotesi: «Voglio che tu mi guardi. Solo guardare».
Ci siamo preparati come si prepara un viaggio. Le regole le ha scritte lei sul telefono, sul serio, un elenco. Cosa potevo fare io: guardare, parlare, dire basta. Cosa non potevo fare: alzarmi, toccare, decidere.
Il posto l'abbiamo scelto perché ci sembrava serio. Cancello, parcheggio che non si vede dalla strada, telefoni consegnati all'ingresso, gente che a mezzanotte era vestita meglio di noi. La prima volta siamo stati solo al bar. La seconda volta abbiamo conosciuto lui.
Un uomo tranquillo, sui cinquanta, di quelli che ascoltano fino alla fine delle frasi. Ha fatto una cosa che mi ha convinto più di qualsiasi altra: ha parlato con me quanto con lei. Ha chiesto a me se stavo bene, tre volte, prima ancora di salire.
La camera aveva una poltrona in fondo, contro la parete, a due metri e mezzo dal letto. Mia moglie mi ha indicato quella. Mi sono seduto con il bicchiere in mano che non ho bevuto per un'ora.
Ha iniziato lentissimo. Le ha slacciato la collana, non il vestito: la collana. L'ha appoggiata sul mobile e il rumore del metallo sul legno me lo ricordo come se fosse adesso. Poi le ha spostato i capelli da un lato e l'ha baciata sul collo, e ho visto le sue spalle abbassarsi di due centimetri.
La prima cosa che ho sentito è stata gelosia, per venti secondi netti, come un'onda. Poi è passata e sotto c'era un'altra cosa completamente diversa: la vedevo. Vedevo mia moglie come non l'avevo mai vista in quindici anni, da fuori, la sua bocca che si apriva, il modo in cui il suo respiro cambiava di ritmo prima che le mani arrivassero dove stavano andando.
Mi ha cercato con gli occhi ogni pochi minuti. Ogni volta gli facevo un cenno con la testa. Era un dialogo silenzioso, e ogni cenno era una cosa che ci scambiavamo, non una cosa che le concedevo.
Non mi sono alzato. Mai. Anche quando lei ha detto il mio nome, e credetemi, quando ha detto il mio nome mi sono aggrappato ai braccioli con tutte e due le mani.
Ha finito guardando me e non lui. Questo è il dettaglio per cui ho scritto questo racconto: alla fine guardava me.
Poi si è rivestita, lo ha ringraziato, e siamo scesi a bere qualcosa in tre parlando di calcio, del traffico e di quanto costa la benzina. Il ritorno a casa in macchina è stato quasi tutto in silenzio, con la sua mano sulla mia gamba.
Ci siamo fermati in un piazzale a metà strada. Non aggiungo altro, se non che quella è stata la nostra notte, non la sua.
Lo abbiamo rifatto altre volte, sempre con le regole, sempre con la poltrona. E ogni volta, a un certo punto, lei si volta a cercarmi.
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