Guardoni
Mi piace guardare, e per la prima volta non me ne sono vergognato
Raccontato da Stefano, 44 anni · Aprilia
Lo dico senza giri di parole: a me piace guardare. Ci ho messo vent'anni a dirlo ad alta voce e altri due a capire che non c'era niente da curare.
Il problema, prima, era il come. In giro per la provincia, di notte, nei posti sbagliati, dove finisci per fare una figura pessima o per metterti in un guaio. Ho smesso presto perché non è quella la mia idea di divertimento.
Nella villa esiste una zona dove tutto questo è previsto, spiegato e regolato. Ti dicono subito come funziona: si guarda in silenzio, si resta dove si deve restare, non si tocca nessuno, e se una coppia chiude la porta la porta resta chiusa. Se sgarri, esci. Ho visto succedere una volta sola, e in due minuti.
Quella sera erano una coppia sulla quarantina, arrivati dalla zona di Roma sud. Lei aveva deciso che le andava di essere guardata: si vedeva da come si era messa, dalla luce che aveva scelto, da come cercava gli occhi delle persone appoggiate al muro.
Non c'è niente di più elettrico di questo: il consenso dichiarato. Sapere che lei sa, che lui sa, che tutti sanno, e che nessuno sta rubando niente a nessuno.
A un certo punto lei mi ha fatto cenno di avvicinarmi. Non è successo altro, e non serviva. Sono rimasto lì, a due passi, per il tempo che è servito, e poi sono tornato al bar a bermi qualcosa con le mani che tremavano un po'.
Ci torno di solito la domenica, quando il giardino è pieno e l'atmosfera è più lenta. E ogni volta penso la stessa cosa: che il posto giusto non ti cambia i gusti, ti toglie solo la vergogna di averli.
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