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Singola & Coppia

Il vestito che ho tenuto addosso

Raccontato da Valentina, 33 anni · Nettuno

Il vestito l'avevo comprato tre settimane prima, con l'idea di non metterlo mai. Nero, corto, aperto sulla schiena fino al punto in cui diventa una decisione. Quel sabato l'ho tirato fuori dall'armadio alle nove di sera e alle undici e mezza ero nel parcheggio interno con il cuore in gola.

Sono entrata da sola. È la cosa che tutte le mie amiche mi dicevano di non fare e che invece consiglio a chiunque: da sola arrivi dentro senza dover recitare per nessuno.

Ho lasciato il telefono all'ingresso. Non è una formalità: è l'inizio di tutto. Nel momento in cui non hai un telefono in tasca il tempo si allarga, e la prima cosa che ti succede è che smetti di controllare che ora è.

La prima ora l'ho passata in giro a guardare. Il bar, la sala grande, il corridoio con le luci basse, il giardino freddo con le lampade accese. Ho contato tre persone che mi hanno guardata troppo e nessuna che mi si sia avvicinata senza chiedere prima con gli occhi.

Loro due li ho notati perché lei rideva con la testa buttata indietro. Un rosso di quelli veri, mani lunghe, una fede all'anulare. Lui accanto, che le teneva la schiena con il palmo aperto senza reclamarla.

Mi ha invitata lei. «Vieni a bere con noi, non a fare altro: a bere.» E per un'ora abbiamo bevuto e basta. È lì che ho deciso, mentre lui mi raccontava di suo figlio di sei anni e io mi accorgevo che lo stavo guardando la bocca.

L'ho detto io. Non loro. «Saliamo?» — e la sensazione di avere il controllo di quella frase mi ha fatto un effetto che non riesco a spiegare bene nemmeno adesso.

In camera ho messo una condizione: il vestito resta. Non per pudore. Perché volevo che tutto quello che sarebbe successo passasse per una scelta mia, gesto dopo gesto. Lei ha capito subito e ha sorriso. Lui ha detto solo: «Come vuoi».

Le sue mani — di lei — sono state le prime. Sulla schiena nuda, dove il vestito si apre, lentissime, come se stesse leggendo. La bocca dietro l'orecchio, il fiato che mi ha fatto piegare le ginocchia. Lui era seduto sul bordo del letto e non si è mosso finché non gli ho preso la mano e non gliel'ho messa sul ginocchio.

Ho perso il conto di quante volte ho detto di sì. Ne ricordo bene una in cui ho detto aspetta, e ricordo perfettamente che si sono fermati entrambi nello stesso istante, e che nessuno dei due ha chiesto perché. Quel silenzio è il motivo per cui poi ho detto di nuovo sì.

Il vestito era ancora addosso alle tre di notte, spostato, storto, inutile, ma addosso. Sono scesa con i tacchi in mano e i capelli disfatti, ho ripreso il telefono, ho bevuto un bicchiere d'acqua al bancone e mi sono guardata nel vetro dietro le bottiglie.

Avevo la faccia di una che aveva deciso. È quella la parte che mi porto dietro, più di tutto il resto.

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