Coppia & Single
La camera con lo specchio
Raccontato da Chiara, 36 anni · Latina
Di mio marito, dopo dodici anni, conosco ogni respiro. So quando è distratto, so quando finge, e so quando invece è completamente lì. Quella notte era completamente lì, seduto sulla poltrona in fondo alla camera, con il bicchiere appoggiato sul bracciolo e gli occhi che non si spostavano di un millimetro dal mio riflesso.
Eravamo arrivati verso le undici. Un sabato di ottobre, il giardino freddo, la sala grande calda di gente e di musica. Avevamo bevuto due cocktail al bancone parlando con mezza dozzina di persone, e in tutta quella confusione avevo notato solo lui: uno che stava in piedi appoggiato alla colonna, che ascoltava più di quanto parlasse.
L'ha invitato mio marito, non io. È una cosa che facciamo così: chi ha voglia, chiede; l'altro può dire no senza dover spiegare niente. Io non ho detto no. Ho detto: «Però la camera con lo specchio».
Quella camera è la mia preferita da quando l'ho vista la prima volta. Luce bassa, un letto grande, un tessuto scuro alle pareti che assorbe i suoni, e uno specchio che prende mezza parete davanti al letto. Non è volgare: è come una finestra che ti costringe a vederti.
La porta si è chiusa e per un secondo siamo rimasti tutti e tre in silenzio, quel silenzio in cui sei ancora una persona educata e sai che tra poco non lo sarai. Poi lui mi ha chiesto se potevo togliermi le scarpe. Non il vestito: le scarpe. Ho riso, e da quel momento non ho più avuto paura.
Mi ha slacciato la cerniera piano, dalla nuca alla schiena, e mentre la stoffa mi cadeva sui fianchi ho alzato gli occhi verso lo specchio e ho incontrato quelli di mio marito. Era la prima volta in vita mia che vedevo il mio desiderio da fuori. Non è un dettaglio: è tutto il racconto.
Mi ha baciata sulla spalla, poi alla base del collo, e ho sentito il fiato caldo prima delle labbra. Le sue mani stavano larghe sui fianchi, ferme, senza fretta, come se avessero tutta la notte. Io avevo la schiena appoggiata al suo petto e continuavo a guardare il riflesso: mio marito che si sporgeva in avanti, il bicchiere dimenticato, la gola che si muoveva.
«Vuoi che continui?» me lo ha chiesto due volte, con la bocca all'orecchio. La prima ho detto sì piano. La seconda l'ho detto in un modo che non riconoscevo.
Sul letto ho perso l'ordine delle cose. Ricordo la sua mano che apriva le mie ginocchia con una lentezza quasi insopportabile, ricordo il mio respiro che si spezzava, ricordo di aver cercato lo specchio ogni volta che diventava troppo, come se quel riflesso fosse la corda a cui tenersi.
Mio marito si è avvicinato solo alla fine, quando gliel'ho chiesto io, allungando una mano nel buio. Non ha detto niente. Mi ha preso la faccia tra le mani e mi ha baciata mentre l'altro era ancora sopra di me, e in quel momento ho capito che non stavo tradendo nulla: stavo condividendo la cosa più privata che ho.
Ci siamo rivestiti con calma. Lui ci ha ringraziati, sinceramente, come si ringrazia per un regalo. Siamo scesi al bar e abbiamo bevuto qualcosa insieme parlando del traffico sulla Pontina, e la cosa più assurda è che era normalissimo.
In macchina, sulla strada di casa, mio marito ha detto una frase sola: «Nello specchio eri un'altra». Gli ho risposto che era il contrario. Nello specchio, per la prima volta, ero esattamente io.
(Vuoi raccontare anche tu la tua storia a Villa Afrodite?)
(Vuoi raccontare anche tu la tua storia a Villa Afrodite?) Scrivici su WhatsApp: la scrivi come ti viene, scegli il nome con cui vuoi firmarla e la pubblichiamo qui. Nessun dato personale, nessun cognome, nessuna foto.
Racconta la tua storiaContenuti riservati a un pubblico adulto (18+).
