Coppia & Coppia
Quattro in una stanza, un sabato di novembre
Raccontato da Elena e Fabio · Cisterna di Latina
Scriviamo insieme, perché quella notte è stata di entrambi e raccontarla da soli sarebbe imbrogliare. Elena detta, Fabio scrive e a volte protesta.
Novembre, sabato, freddo vero. Il giardino illuminato dalle luci calde e nessuno fuori tranne due fumatori. Dentro, la sala piena, quel tipo di serata in cui l'aria è densa e la musica ti arriva addosso.
Le avevamo conosciute — loro due, la coppia — un mese prima, a un'altra serata. Zero fisico, solo tre ore di chiacchiere e la sensazione, alla fine, di aver trovato due persone che ragionavano come noi. Ci siamo scritti. Ci siamo dati appuntamento.
Al tavolo abbiamo fatto la cosa meno romantica e più utile del mondo: le regole. Cosa sì, cosa no, chi si ferma quando, la parola che chiude tutto senza discussioni. Dieci minuti di conversazione tecnica che ci hanno permesso di non pensare più a niente per tre ore.
La camera era quella grande, con il letto centrale e due poltrone. All'inizio ci siamo divisi come da copione: noi seduti, loro sul letto. La prima cosa che ho pensato — parla Elena — è che guardare Fabio guardare un'altra donna mi avrebbe dato fastidio. Non me ne ha dato. Mi ha dato una scossa che mi ha bloccato il respiro.
Lei si è spogliata con una calma che era già una promessa. Lui la baciava sul ventre e le teneva un polso fermo sul materasso, e in quel gesto c'era tutta la fiducia che si costruisce in dieci anni. Fabio ha allungato la mano verso la mia coscia e l'ho lasciata lì, senza guardarlo, perché non riuscivo a smettere di guardare loro.
Poi la distanza si è accorciata. Lei ha teso una mano verso di me, io mi sono seduta sul bordo del letto, e quello che è cominciato come un gioco tra sguardi è diventato quattro persone nella stessa stanza che si muovevano nello stesso tempo.
Parla Fabio. La cosa che nessuno ti racconta è che non è una gara e non è un film. È lento. È fatto di mani che chiedono, di teste che si voltano per controllare che la propria compagna stia bene, di risate quando qualcuno sbaglia un movimento. È molto più intimo di quanto pensassi, e proprio per questo è stato molto più forte.
Elena mi ha cercato con gli occhi almeno cinque volte. Cinque volte le ho risposto con un cenno. Non abbiamo mai avuto bisogno di dire una parola: era già tutto detto al tavolo, un'ora prima.
A un certo punto lei — la sua compagna — ha detto «io mi fermo qui», e ci siamo fermati tutti senza che nessuno facesse una faccia. Poi abbiamo ricominciato in altro modo. Questo, per noi, è il vero significato di quel posto.
Alle quattro eravamo tutti e quattro seduti sul pavimento con l'acqua in mano, mezzi vestiti, a ridere di quanto avessimo avuto paura un mese prima. Il giorno dopo io ed Elena abbiamo dormito fino a mezzogiorno e ci siamo tenuti la mano al risveglio come due ragazzini.
Ci vediamo ancora, tutti e quattro. A volte solo per una cena. E va bene uguale.
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