Coppia & Single
Tre ore per me: il racconto di un uomo sposato
Raccontato da Roberto, 46 anni · Aprilia
Ho quarantasei anni, un mutuo, due figli adolescenti e un lavoro che mi mangia dalle sette alle otto. Non sto scappando da mia moglie: sto scappando dal fatto che da dodici anni non ho tre ore che siano mie.
Il giovedì pomeriggio ho una finestra libera. La prima volta sono arrivato alle sedici e trenta convinto che avrei fatto marcia indietro nel parcheggio. Poi ho visto che il parcheggio è interno, che dalla strada non si vede niente, e ho spento il motore.
Ho passato la prima ora in acqua da solo, con la testa vuota, la musica bassa e il sole che scendeva. Solo quello valeva il viaggio. Non avevo il telefono in tasca — si lascia all’ingresso — e non avere il telefono addosso per tre ore è stata quasi una vertigine.
Poi mi sono ritrovato a parlare con una coppia sui divanetti. Lei mi ha chiesto perché avessi quella faccia da uomo stanco. Gliel’ho detto, davvero, senza filtri, come non lo dico neanche ai miei amici. Lui ha riso e ha detto «benvenuto nel club, letteralmente».
La serata è poi diventata un’altra cosa, sì. Ma se mi chiedete cosa mi ha fatto tornare, rispondo: il silenzio. La sensazione di essere una persona e non un ruolo, per tre ore, senza che nessuno chieda il mio cognome.
Torno quasi ogni giovedì. Esco alle venti, sono a casa per cena, e sono un padre e un marito migliore di quello che era partito alle quattro.
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